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Teroldego

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L’origine del nome Teroldego si perde nella leggenda. Non ci sono
riscontri sicuri, ma molto probabilmente il termine è legato alla
fonetica della parlata della gente trentina e al fatto di essere un'uva
coltivata nelle terre di confine con il Tirolo. TiroldeghoTiraldega ma
anche TiroldelaTiroldigo sono sinonimi che contengono sia il
termine germanico gold (oro) sia la radice di TirolTiroler
Gold
(oro del Tirolo) era infatti il termine usato alla corte di Vienna
per indicare il vino proveniente dal Trentino e fatto con queste uve.
Vino simbolo, quindi, dell’identità culturale della zona, anche se altre
fonti sostengono che il sinonimo Tirodola - usato nelle zone attorno
al lago di Garda, dove lo si poteva ritrovare mescolato ad altre
varietà - gli derivi dalla modalità di coltivazione delle piante
con tutore vivo (le tirelle). Il Teroldego è citato per la prima volta
negli Annali dell’agricoltura del Regno d’Italia compilati nel 1811 da
Filippo Re, e quindi negli studi di Pollini (1819), Acerbi (1825) e
Mach (1894), che per primo lo descrive in maniera
compiuta. Goethe (1876) lo inserisce invece tra le varietà di uve del
Tirolo. Quasi certamente il vitigno è arrivato in Trentino dalla

vicina pianura veronese: la leggenda vuole che l’uva Terodol’ì citata in antichi manoscritti veronesi sia giunta nella valle dell’Adige assieme al gelso, portata da popolazioni migranti attirate dalla fertilità delle terre del fondovalle, dalla forza impetuosa del fiume e dalla mitezza del clima. È iscritto al Registro Nazionale delle Varietà di Vite dal 1970.

La zona di coltivazione è concentrata nel cosiddetto “Campo Rotaliano” (l’aggettivo rotaliano deriva dall’antico termine longobardo che significa “valle del dazio”), territorio formato dai sedimenti alluvionali trascinati a valle dal torrente Noce e compreso tra i comuni di San Michele all’Adige, Mezzocorona e Mezzolombardo, fin verso Roverè della Luna. Il vitigno è in grado però di dare ottimi risultati anche in altre zone viticole non solo trentine. Viene valorizzato nella DOC Teroldego Rotaliano, istituita nel 1971. È altresì presente, in misura limitata, nelle DOC Valdadige Rosso e Trentino Kremer.

La pianta ha una grande forza vegetativa. Per secoli è stata coltivata a pergola doppia, con l’intento di fare grandi quantità di uva. Lo sostiene anche Cesare Battisti, il patriota trentino che nei suoi studi di geologo e cartografo cita il Teroldego come «uva per vino in quantità». Recenti misure agronomiche hanno drasticamente contenuto la vigoria, compattando gli acini e lasciando in pianta solo pochi grappoli per sfruttare al meglio le potenzialità qualitative del vitigno. Il grappolo è medio-grande, allungato, generalmente di forma piramidale e raramente cilindrico, mediamente compatto e munito a volte di due piccole ali. Gli acini sono di media grandezza, sferoidali, di colore blu-nero e con una buccia decisamente pruinosa, molto spessa e coriacea. La raccolta delle uve solitamente si effettua tra l’ultima decade di settembre e la prima di ottobre.

È un vitigno che si presta bene tanto a vinificazioni in acciaio per vini di pronto consumo, quanto a prolungati affinamenti in rovere. Nel primo caso abbiamo vini dal colore rosso violaceo vivido (che ricorda i grani maturi del melograno) che hanno immediata attrazione gusto-olfattiva seppure abbastanza semplici nelle loro note fruttate e vinose. Con la giusta maturazione esprime inconfondibili sentori di bacche di bosco (mirtilli, lamponi e soprattutto more), accompagnati da note speziate e balsamiche. Si offre pieno, vellutato, possente e quasi carnoso al gusto, dove piacevolezza e concentrazione sono spesso in ottimo equilibrio. Inoltre è tra le varietà italiane più adatte alla produzione di vini novelli con la tecnica della macerazione carbonica.


Vini con uve del vitigno Teroldego