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Italia - Puglia

I GRANDI VINI PUGLIESI

Difficile pensare alla Puglia come a una regione omogenea. Regolare nella forma dei suoi confini, è una striscia di terra lunga 400 km che si snoda tra mar Adriatico e mar Ionio, al confine con Campania, Basilicata e Molise. Dal punto di vista morfologico si tratta di una terra omogenea fatta di pianure e pochissimi rilievi, con la coltivazione di ulivi estremamente diffusa da Bitonto al Salento.

Un territorio ricco di agricoltura, con enormi ed estesi frutteti, dove anche la coltivazione dell’uva ha sempre avuto un ruolo molto importante. Certo è che per lungo tempo non si è trattato di viticoltura di particolare qualità, ma con una grande percentuale di produzione di uva da tavola e gran parte del vino ricavato utilizzato come prodotto da taglio per i più magri vini settentrionali e d’oltralpe.

Per larga parte del ‘900 i mosti e i vini fiore pugliesi erano utilizzati per tagliare vini del nord, che a causa delle temperature non a livello di quelle attuali raggiungevano difficilmente gradi di maturazione adatti allo viluppo di un alcool sufficiente nel vino.

I vigneti che si sono coltivati più diffusamente dopo l’avvento della Fillossera, che anche in Puglia ha compiuto i suoi enormi danni a cavallo della fine del ‘800, sono stati Primitivo e Negroamaro, con impianti prevalentemente a tendone. Non sono mancati però altri vitigni autoctoni.

Negli ultimi decenni anche qui, come in altre regioni del sud, la tendenza produttiva si è invertita e, alla produzione in quantità, si sta preferendo un’enologia di qualità, fatta di vigneti più raccolti, dove la tipologia di terreno ha un’incidenza maggiore sulle caratteristiche del vino, e dove la ricerca della qualità del frutto è il fulcro delle scelte aziendali. È un’enologia fatta anche di ricerca di vitigni autoctoni ormai quasi dimenticati, con una certa valorizzazione delle sottozone di produzione.

Per semplificare la descrizione di una regione così vasta, è utile suddividere la Puglia in tre macrozone, il nord, il centro e il sud, e riconoscere a ciascuna di essa le sue caratteristiche principali che si ritrovano nel tipo di uva coltivata, coscienti che si tratta di una generalizzazione per certi versi brutale.

Il nord e l’Uva di Troia

L’etimologia del nome di questo vitigno, secondo alcuni studiosi, la farebbe risalire ai greci e alla loro colonizzazione delle zone del sud Italia in tempi antichi. Più verosimilmente il suo nome deriva direttamente dalla città pugliese di Troia.

La varietà è diffusa in tutta la provincia di Barletta, soprattutto nelle zone litoranee. Come spesso i vini di questa regione, il prodotto è di notevole estratto, dal colore rosso intenso e con profumi vinosi, fruttati e speziati. È un vino con caratteri di spiccata tannicità ed alcolicità, tuttavia non presenta caratteri di acidità particolarmente elevata. È presente in svariate Doc della zona, come il Rosso Barletta, Rosso di Cerignola, Cacc’e mmitte di Lucera, Castel del Monte. In quest’ultima Doc, in particolare nella sua versione in purezza, il Castel del Monte Nero di Troia riserva Doc, assume anche un certo carattere austero con note di pellame che si riscontrano nella sua evoluzione, accompagnate a una colorazione relativamente più scarica.

Spesso la produzione in questa zona viene alternata con quella di Bombino Nero, un altro vitigno autoctono pugliese, che vinificato anche in versione rosata. Con il Bombino alcune aziende hanno anche avviato una produzione di spumanti metodo classico.

Il centro e il Primitivo

Il vino derivante da quest’uva si presta a varie interpretazioni, dettate dalle diverse vinificazioni e dalle zone in cui viene coltivato. L’origine del nome dà spazio a pochi dubbi: primitivo equivale a precoce, riferito alla velocità di maturazione dei suoi grappoli. Il primitivo si colloca tra le prime dieci varietà di vino più coltivate in Italia, anche grazie alla facilità con cui raggiunge la maturazione. Sempre per questo motivo, non è mai stato considerato un vitigno nobile in grado di poter dare grandi risultati. Non è così però, il Primitivo infatti è in grado di dare corso a ottimo vino e molti produttori, negli ultimi decenni, hanno seguito questa strada.

Molti considerano lo Zinfandel californiano tale e quale al Primitivo pugliese, in effetti si è sempre creduto che fossero la stessa cosa. Invece gli ultimi studi genetici hanno dimostrato che, seppur stretti parenti, hanno profili genetici non perfettamente identici ed è quindi giusto considerarli come uve diverse.

Gioia del Colle Primitivo Doc è una delle Denominazioni principali a base Primitivo. Viene prodotta nella provincia di Bari, in circa quindici Comuni collinari della regione denominata “Murgia”. La cittadina da cui prende nome la Doc è quella storicamente conosciuta come la prima della regione, in cui questo tipo di vitigno è stato coltivato. È un vino dall’intenso colore rubino, con note fruttate molto spiccate (dal ribes alla prugna). È vellutato, con piacevoli sensazioni di morbidezza date dall’alcolicità e dal basso grado di acidità.

Il Primitivo di Manduria è invece legato alla città di Manduria, nel Tarantino, poco sopra il Salento e sul versante occidentale della regione. È prodotto anche in versione dolce naturale, cioè senza appassimento, ottenuto semplicemente da uve vendemmiate tardivamente, che presentano quindi un grado zuccherino elevato e che, non riuscendo a svolgere completamente la fermentazione, lasciano un residuo zuccherino nel vino. In questa versione viene etichettato come Docg. E’ una versione che ben si accosta a dolci al cioccolato o crostate di frutta rossa.

Il Salento e il Negroamaro

Esistono molti dubbi sull’etimologia del vitigno, non ci addentreremo in questioni di merito; certo è che il suffisso “negro“ rimanda al colore scuro, anche se probabilmente indica anch’esso la spiccata nota amara, già evidenziata dal termine “amaro” che segue. In ogni caso era un vitigno coltivato in tutto il sud Italia, che con il passare del tempo si è ristretto principalmente alla zona del Salento, tra Lecce e Brindisi, nella parte meridionale della regione pugliese. La sua grande importanza è testimoniata dal numero elevato di Doc pugliesi nelle quali rientra: Brindisi, Copertino, Gioia del Colle, Salice Salentino solo per citare le più diffuse.

Vinificato in rosso, si presenta dal colore rubino scuro, quasi impenetrabile, con riflessi violacei. Al naso ha note di ciliegia e prugna sotto spirito, con spezie che rimandano al pepe e al cuoio. È un vino che oltre all’elevata alcolicità ha anche un discreto tannino, che può permettere un medio affinamento in vetro. È possibile trovarlo anche vinificato in rosato, riconoscibile dal caratteristico color buccia di cipolla molto intenso.

Gli altri Vitigni

Sono molti i vitigni autoctoni pugliesi, tutti particolarmente legati alla Puglia e poco coltivati altrove. Tra i tanti citiamo: l’Aleatico, un’uva semi aromatica coltivata principalmente in Toscana e Puglia, nella zona del Salento e di Bari, che viene vinificato prevalentemente in versione dolce, oppure in versione secca, accoppiato ad altri vitigni a bacca rossa; il Bombino Bianco, dal naso sostanzialmente neutro con leggere note di frutta matura; la Verdeca, dal classico colore giallo verdolino e diffuso soprattutto in Salento, dove rientra nel disciplinare della Doc Bianco di Alessano. Il Fiano Minutolo è chiamato così ma non è un Fiano, appartiene invece alla famiglia dei Moscati.

I Trani

Per spiegare il perché di questo termine non dobbiamo partire dall’assolata cittadina in provincia di Barletta, bensì spostarci di quasi mille chilometri e di molti decenni, per approdare alla Milano di fine ‘800. A causa di una questione doganale con la Francia, ai pugliesi venne di fatto impedito il commercio dei loro vini oltralpe. Si presentò dunque il problema di trovare uno sbocco commerciale diverso. Nacquero così i Trani, nella città di Milano. Erano osterie pugliesi, che sostituirono progressivamente le “Piole” di origine piemontese e che offrivano vino di Trani a prezzi di buon mercato. Il vino servito era alcolico, con bassa acidità, morbido e ricco di estratti. Per contadini e lavoratori rispondeva a buona parte del fabbisogno energetico giornaliero, tanto che veniva chiamato “la carne potabile”. Nel secondo dopoguerra la migrazione di contadini verso le città fu massiccia, in particolare dal sud. Milano contava una popolazione pugliese molto vasta, tanto che il termine Trani entrò di diritto nel dialetto milanese, proprio ad indicare un luogo di mescita di vino.

 

In merito alle Cantine produttrici di vino, in Puglia sono molte e di qualità sempre crescente. E’ una regione che sta salendo alla ribalta mondiale per la qualità dei suoi vini. Tra le cantine più famose possiamo citarne alcune: San Marzano, Varvaglione, Donato Angiuli, Conti Zecca, Leone De Castris, Palamà, Tormaresca - Antinori, Torrevento. Per citare tutte le cantine pugliesi di qualità ci vorrebbe una enciclopedia ma ci siamo limitati ad indicarne solo alcune

 


Vini Italia - Puglia


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