DOC e DOCG. Storia ed utilità - Parte 2

DOC e DOCG. Storia ed utilità - Parte 2

Nel precedente articolo concludevo con un parallelo Italia-Francia riguardo alle Denominazioni di Origine, in Francia AOC. Seppur la loro classificazione sia simile alla nostra, cioè la produzione di vino è divisa in: vini da tavola, vini identitari di un luogo esattamente come i nostri IGT e vini ad appellazione di origine controllata, le AOC, la differenza vera viene dopo, ovvero all’interno delle stesse AOC.
In Italia per le DOCG è prevista una specificazione maggiore che arriva, ove certificato, a indicare anche la singola vigna di produzione, è il caso di Cannubi per il Barolo, giusto per fare l’esempio più comune. Tuttavia queste specifiche sono molto rare e scarsamente conosciute dal consumatore, sono inoltre ove presenti, e i casi sono davvero pochi, considerate tutte alla stessa stregua, ovvero la classificazione non premia una vigna più di un'altra. Possiamo dire che in Italia il livello DOCG è la punta della piramide e che la stragrande maggioranza delle Denominazioni non comprende ulteriori classificazioni; dove queste classificazioni più specifiche esistono comunque non comportano un maggior valore commerciale.

In Francia all’interno delle singole AOC sono attive classificazioni ulteriori e secondo principi diversificati da zona a zona. In Borgogna ad esempio, vengono indicati i comuni, che sostituiscono il termine generico Borgogna anche sull’etichetta della bottiglia, poi all’interno del Comune vengono indicate le vigne che, nei casi di maggior pregio, possono essere menzionate Premier Crù o Grand Crù. Questa ulteriore classificazione consente di passare dall’appellazione Borgogna, che comprende un territorio lungo circa 150 chilometri, alla menzione della singola vigna direttamente in etichetta.
Tutto sommato non sembra vi siano sostanziali differenze, ma se sulla carta può sembrare così, nella realtà invece le differenze ci sono e si sentono. Come dicevo poco fa, in Italia, le eventuali menzioni geografiche aggiuntive nelle denominazioni non hanno un gran valore commerciale, perché non conosciute dal consumatore, inoltre le stesse non sostituiscono mai in etichetta il nome principale della denominazione, che pertanto rimane sempre il punto di riferimento del consumatore. In Francia, nel caso della Borgogna presa ad esempio, il consumatore è obbligato a fare da subito riferimento ad una scala di valori, anche solo per comprendere l’etichetta.
Questa sottile ma fondamentale differenza ha contribuito a creare negli anni una fondamentale disparità con i cugini d’oltralpe. Le nostre DOC e DOCG sono infatti molto piccole come estensione territoriale, proprio perché non avendo sostanzialmente altra classificazione di merito che non la stessa Denominazione. Le Denominazioni francesi invece sono generalmente molto estese, Bordeaux ad esempio è l’area di produzione di vini a denominazione più grande al mondo.

Cosa comporta tutto ciò? Comporta che molte denominazioni italiane sono troppo piccole, in termini di bottiglie prodotte per ingolosire eventuali importatori stranieri, che non possono permettersi investimenti ingenti in comunicazione per far conoscere un nome, quando poi di quel nome hanno pochissime bottiglie da vendere.
Questa è una delle tante piccole o grandi differenze tra il mercato del vino italiano e quello francese, ve ne sono ovviamente altre e non per forza a nostro sfavore, ma il discorso si farebbe lungo e va rimandato ad un prossimo articolo

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