Sua Maestà il Barolo

Sua Maestà il Barolo

Il Re non fu tale dall’inizio, negli anni ottanta se compravi il Dolcetto invece di farti lo sconto ti regalavano qualche bottiglia di Barolo. Sarà vero? Non si direbbe, ma dato che l’aneddoto arriva da un amico fidato, produttore e persona seria, tendo a crederci. Un dato è vero, i Barolo Boys, come poi li hanno chiamati, forse non sarebbero esistiti, se il vino langarolo avesse goduto di grandi fortune ovunque e sempre. Carlo Petrini probabilmente non avrebbe fondato la Libera Associazione Amici del Barolo, oggi Slow Food, o almeno l’avrebbe chiamata diversamente.
Fatto sta che oggi però, grazie al cielo, Barolo è Barolo, “il Re è finalmente Re”. Di nuovo! … Verrebbe da dire. Perché il passato glorioso e nobiliare non manca. Citare la Contessa di Barolo, Falletti Colbert, amica di Cavour, è pratica comune, tanto ovvia quanto giusta. Meno note sono le proposte di legge, all’alba del novecento, di tutelare la produzione di Barolo autentico dai tanti tentativi di contraffazione. Per proteggere il nettare langarolo si spesero in molti, già nel 1926 e poi nell’anno trentaquattro del passato secolo il Parlamento del Regno d’Italia approvava delle norme a tutela dei vini di qualità prodotti nelle Langhe.

Andrebbe citato anche un certo Louis Oudart, che spesso viene associato alla nascita del Barolo. Trattasi di enologo Honoris Causa potremmo dire, anche se in realtà nessuna università gli ha conferito nulla. In realtà era un commerciante e imprenditore agricolo, che tanto ha trafficato e combinato dalle parti delle Langhe, da meritarsi una menzione in ogni testo che parli di Barolo o Barbaresco. Certo è vero che l’intraprendente francese in Langa abbia prodotto molti vini, specialmente a Neive, ben prima di Domizio Cavazza, l’esimio direttore della scuola di enologia di Alba cui si deve la nascita del Barbaresco. Il buon Louis ha portato un contributo importante dunque, questo gli va assolutamente riconosciuto, mentre il fatto che sia stato chiamato direttamente da Cavour e che questi gli abbia conferito l’incarico di rifare in Langa i vini di Borgogna, questo è falso. Un bel libro edito da Slow Food chiarisce la questione.
Bere Barolo oggi vuol dire bere un buon vino, fin qui ci siamo, come sia questo vino è da scoprire. L’area di produzione è vasta, ben 11 Comuni, alcuni interessati per parte del territorio, altri nella loro totalità. Oltre al più famoso Barolo, troviamo La Morra, Grinzane Cavour, Roddi, Cherasco, Diano d’Alba, Serralunga, Monforte, Verduno, Castiglione Falletto e Novello. In tutta l’area i terreni cambiano, spesso cambia la composizione del sottosuolo anche da Comune a Comune, addirittura da collina a collina; si contano almeno cinque varianti principali di terreni a seconda di scheletro e composizione. Se proprio non ci si vuole interessare di geologia, bisogna almeno ricordare che tra l’est e l’ovest qualcosa cambia. I suoli di Barolo e La Morra, per dire di due comuni occidentali, sono diversi da quelli di Monforte e Serralunga, che derivano da un’era geologica differente, Tortoniano i primi Elveziano per i secondi. I Barolo di Barolo sono generalmente più fini e meno potenti di quelli di Serralunga o Monforte, che al contrario possiedono magari meno eleganza, ma più potenza e struttura.

Diversa può essere la bevuta anche a seconda delle scelte del produttore, se infatti l’uso della barrique per un certo periodo ha preso piede anche qui, oggi lo stile della botte piccola sta rapidamente regredendo, in favore della più tradizionale botte grande.
Non so se abbia ancora senso parlare di modernisti o tradizionalisti, siccome quasi sempre son buoni entrambi, val la pena bere e poi rifletterci con calma, a bottiglia finita.
Un buon assaggio per oggi potrebbe essere un Barolo di una delle seguenti Cantine: Tenuta Cucco, Marchesi di Barolo, Domenico Clerico, Vite Colte, Giacosa Fratelli, Silvano Bolmida, Marziano Abbona, Oddero, Elio Grasso, Aldo Conterno, Vietti, Gaja

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