Le parole del vino

Le parole del vino

Per una lezione che ho tenuto pochi giorni fa, sono andato a rispolverare alcuni vecchi libri sul vino, su uno di questi ho trovato una definizione del Lambrusco dolcissima: “di bel colore rosso rubino, ha lievi varianti secondo il cultivar usato e la zona di produzione, ha allegro profumo vinoso e sapore anche vinoso, caratterizzato di volta in volta da frizzantino più o meno pronunciato e da vivace schiuma. Trattasi de “Il Vino giusto” di Veronelli, pubblicato nel 1971. L’espressione “allegro profumo” piuttosto che “vivace schiuma” mi hanno fatto sorridere e sognare, mi hanno dato però anche un poco di malinconia.
Un anno dopo la pubblicazione di quel libro, nel 1972, nasceva FISAR Federazione Italiana Sommelier Albergatori e Ristoratori, l’Associazione Italiana Sommelier era nata invece qualche anno prima. La necessità comprensibile di codificare una scheda descrittiva del vino, affinché tutti gli aderenti alla stessa associazione parlassero un linguaggio comune, ha prodotto la scheda di degustazione: una serie di parametri qualitativi e quantitativi, e i relativi vocaboli da utilizzare per esprimerli in linguaggio e non in numeri.

Da allora “fresco”, riferito ad un vino, significò che in quel campione era ben presente la componente acida. Allo stesso modo “caldo” significava una buona dotazione alcoolica. Un vino poteva e può contemporaneamente essere caldo e fresco, senza che questo palese ossimoro sia realmente tale, almeno alle orecchie di un Sommelier.
Non vi è nulla di grave in tutto ciò, anzi pare evidente come accordarsi sul significato preciso di un termine, al di là del suo impiego più ampio nella lingua italiana, non possa far altro che limitare i fraintendimenti e, conseguentemente, favorire la perfetta comunicazione.
Difatti così andò, e così va tutt’ora, visto che ad ogni primo livello di ogni corso per aspiranti Sommelier, dopo una prima fase di assorbimento, ogni partecipante riesce a maneggiare con buona dimestichezza la scheda degustativa.
L’unica cosa è che tutta questa schematicità, seppur utile come abbiamo detto, ha portato con sé un impoverimento dei termini che vengono utilizzati per descrivere un buon vino come un vino pessimo; termini che non mancano certo nel variegato dizionario della lingua italiana.
Esistono per fortuna i blogger, che con la loro necessità di “essere presenti” in rete, spesso si lasciano andare a degustazioni coreografiche. Esistono anche giornalisti quotati, che spesso, non si capisce bene per quale necessità, si lasciano andare anch’essi a degustazioni colorite. Esiste insomma un variegato mondo di comunicatori del vino, che cerca di essere meno schematico e più frizzante e appetibile, tra questi c’è già il nuovo Veronelli? Mah, chi lo sa, io nel frattempo mi rileggo un libro datato 1971, lì c’è già tutto il futuro di cui ho bisogno.

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