Vulture: tra vulcano e realtà

Vulture: tra vulcano e realtà

Rocco Papaleo dice che la Basilicata è come Dio, se ci credi esiste. Poco più di 500 mila abitanti sparpagliati per una regione che profuma di natura, di agricoltura e di vino.

In Basilicata ti colpisce la vastità delle colline, le montagne dolci e i grandi spazi. Addentrandoti nell’entroterra incroci ogni tanto qualcuno, ogni tanto qualche automobile, poche però, perché i non molti residenti hanno davvero a disposizione spazi che altrove sono impensabili. Eppure la Basilicata esiste ed esiste il suo vino anzi, i suoi vini, perché le produzioni sono diverse. Una tuttavia svetta e domina la scena: l’Aglianico del Vulture, uno dei più grandi rossi del nostro Sud Italia.

Senza che altri si offendano, possiamo pensare ai rossi dell’Etna, di Taurasi e del Vulture come ai tre grandi alfieri dell’enologia meridionale Italiana. Certo non sono gli unici, ci mancherebbe, ma sono sicuramente i tre principali vini che possono competere per struttura, longevità, complessità, con qualsiasi produzione del resto d’Italia o del mondo.

Il Vulture è un vulcano spento, dove al posto di quelle che furono le bocche del vulcano ci sono oggi i laghi di Monticchio circondati da maestosi boschi di castagne, tanto buone e particolari da meritare la Dop.

La montagna non è altissima, raggiunge e supera di poco i 1.300 metri sul livello del mare e sulle sue pendici, nei comuni di Rionero in Vulture, Barile, Rampolla, Ripacandida, Ginestra, Maschito, Forenza, Acerenza, Melfi, Atella, Venosa, Lavello, Palazzo San Gervasio, Banzi, Genzano di Lucania, si coltiva da sempre l’Aglianico.

L’origine del vitigno sembra ormai accertato sia greca, il nome Aglianico fu dato infatti dagli Aragonesi solo nel XV secolo al vitigno che in precedenza era chiamato Hellenica, ovvero di origine greca.

Già nel 1971 venne riconosciuta la doc, per essere passata poi a Docg nel 2010 per la versione “superiore”.
Si tratta di un vino rosso dagli spiccati accenti minerali e terrosi, in grado di esprimere complessità notevoli con il passare del tempo. Se infatti il disciplinare di produzione impone limiti minimi di invecchiamento relativamente contenuti, tutti i produttori si preoccupano di far riposare il loro vino per molto più tempo prima di proporlo alla vendita. L’affinamento, che generalmente inizia in legno per poi proseguire in bottiglia, può essere anche molto lungo, l’Aglianico in generale e quello del Vulture in particolare non teme assolutamente l’età, anzi se ne giova.

Anche la grande struttura e la capacità di accoppiarsi con cibi di grande robustezza e persistenza è una delle caratteristiche del campione lucano, un vino in grado di reggere le carni più importanti e i piatti più strutturati.

Un vino purtroppo non ancora adeguatamente conosciuto, che rappresenta al meglio un territorio tutto da scoprire.


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