Visita in cantina: tra realtà e fantasia

Visita in cantina: tra realtà e fantasia

Fino a poco tempo fa, prima che un virus dal nome di videogioco ci costringesse alla quarantena, l’esperienza di visitare una cantina era la cosa più reale e sensorialmente completa che l’amante del buon vino poteva desiderare.

Di solito tutto partiva con una telefonata: “Buongiorno... salve… sa io apprezzo tanto i suoi vini, che buoni, vede… è che domani sono in zona da lei, mi piacerebbe tanto poterla incontrare in cantina, vedere deve produce i suoi capolavori…”.

A volte non si partiva nemmeno dalla telefonata, perché in zona ci si era già. A quel punto, coraggio e faccia tosta, si suonava il campanello, stesse frasi, stesso impaccio, per dire alla fine che siamo degli appassionati di vino, che vorremmo visitare la cantina e magari assaggiare qualcosa. In cambio l’enoturista si offriva sempre di acquistare del vino.

Partiva così un tour emozionale, prima ancora che materiale, perché la tensione mista alla speranza di essere accolti lasciava presto il posto alla volontà scolastica di imparare più cose possibili. “Devo tornare a casa con tutte le informazioni necessarie” è sempre stato il must di ogni winelovers in pellegrinaggio da un produttore. Un misto tra un asceta in visita al divino e un agente della Stasi in ricognizione incognita al nemico.

Si cominciava con l’ingresso in casa, “Prego, venite, entrate pure”, le prime domande: la storia della cantina, chi ha cominciato a fare vino, quanti ettari, quanta produzione, quante etichette, e via a questo ritmo in un interrogatorio gentile ma sempre più calzante.

Poi due passi nelle vigne, per capire l’amore che ogni vignaiolo mette nel proprio lavoro, nella cura di ogni singola vite che alleva quasi come se fosse un figlio. Anche in questo frangente le domande non mancavano, spesso inutili o tecnicamente sbagliate, del resto siamo bevitori mica enologi, ma la voce calma del vignaiolo rispondeva comunque ad ogni curiosità.

Poi finalmente la domanda “vuol vedere anche la cantina?”, certo che la vogliamo vedere, è per il miracolo della trasformazione dell’uva in vino che siamo venuti qui e non ce lo vogliamo perdere. A volte il modesto contadino anticipava alcune informazioni: “Stia attento, c’è casino in giro”, “Badi di non sporcarsi, non è roba da città qui da noi”, ignaro che un pantalone sporco d’uva, una suola piena di fango è invece il trofeo che ogni abitante di città vuol portarsi a casa alla fine della sua domenica bucolica.

Di fronte a vasche e botti dove il vino riposa quieto per anni il visitatore si calma, il suo obbiettivo è raggiunto, decine di informazioni sono al sicuro raccolte minuziosamente nel suo quadernino tascabile, inseparabile compagno di tutte le visite in cantina.

Infine la degustazione e gli acquisti, che più che una necessità sono una forma di ringraziamento per il tempo a noi dedicato.

Tutto ciò prima del famigerato Covid-19. Ora le visite sono online. Ottime per certi versi, perché impiegano meno tempo, sono comunque esaustive, i vini vengono spediti a casa e la degustazione è assicurata. Mancano solo i profumi, le strette di mano, l’aria pulita di campagna e le suole inevitabilmente sporche di fango a ricordo di una giornata contadina.


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