Vino Biologico, Biodinamico, Naturale. Parte 4

Vino Biologico, Biodinamico, Naturale. Parte 4

Siamo alla conclusione del percorso tra vino biologico e biodinamico che ha occupato i precedenti tre articoli (Vino Biologico, Biodinamico, Naturale. Parte 1, 2, 3)
Questa volta non posso proprio esimermi dall’affrontare due temi: la solforosa e i vini naturali, o dovremmo dire “così detti” naturali.
Come ho cercato di spiegare soprattutto nell’articolo precedente, le pratiche biologiche e biodinamiche riguardano sostanzialmente la vigna. Molti produttori però abbracciano questa filosofia in modo totale e si adoperano affinché anche le pratiche di cantina siano sbrigate in maniera naturale, ma cosa significa in realtà naturale nella produzione del vino?

Il pensiero comune corre subito al nemico pubblico numero uno: i solfiti. Per molti sono ritenuti responsabili di mal di testa, mal di pancia, delle carestie e della fame nel mondo, insomma sono il demonio e, soprattutto, sono il peggior nemico del vino naturale. Non è vero. La solforosa è un sanificante ed è utilissima specialmente nel campo del biodinamico, perché regola e controlla la fermentazione di uve che non sono state trattate, o, sono state trattate solo in parte. Il limite di solfiti aggiunti consentiti viene tuttavia abbassato per legge, dato che l’agricoltura biodinamica si pone come obbiettivo quello di produrre uve più sane, di contro anche i solfiti necessari dovranno essere meno, coerente no? E di fatto la legge ne limita l’utilizzo rispetto ai vini non bio. Tuttavia rimane il fatto che la solforosa non è il demonio e che un suo uso esagerato, seppur entro i limiti di legge, può essere foriero di mal di testa o altro, non certo il suo utilizzo in dosi omeopatiche.
Cosa possono fare i produttori di vino biologico o biodinamico allora? Ad esempio eliminare quasi o del tutto le chiarifiche, quelle operazioni che puliscono ed illimpidiscono il vino, togliendogli però anche parte di colore. Possono evitare lieviti selezionati per le fermentazioni, lasciando che sia la natura a dare il via al processo che trasforma il succo d’uva in succo degli Dei attraverso i lieviti presenti naturalmente sulla buccia degli acini. Possono evitare additivi e coadiuvanti di processo, insomma possono non fare nulla, o quasi.
Da questo lasciare che il vino si compia con il minor intervento possibile nasce l’idea di vino naturale, una definizione tanto azzeccata da un punto di vista comunicativo, quanto sbagliata da un punto di vista tecnico. Se di fatto il vino naturale è quello, gli altri per contro dovrebbero essere artificiali, cosa ovviamente non vera, come ha giustamente sostenuto un grande enologo quale Donato Lanati sulle colonne di un mensile di settore.

Sarebbe più corretto, come fa un mio caro amico enologo, chiamarli Whole Wine, termine cosmopolita difficilmente traducibile in italiano se non con: vino integro, intero. Questo perché certe pratiche di cantina, o meglio la rinuncia ad alcune pratiche di cantina, lascia il vino integro, non gli toglie nulla, nel bene e nel male. Difatti, alcune pratiche di cantina come le filtrazioni, sono nate per rendere i vini più puliti togliendo ciò che non era gradito, sedimenti solidi ad esempio. Togliendo ciò che non va si elimina però anche parte del buono, di lì la scelta di alcuni produttori di non togliere, lasciando tutto ai loro vini. Ecco perché vino integro mi piace di più di vino naturale.
Siamo giunti alla conclusione di questo ciclo, spero di avervi suscitato abbastanza dubbi, tanti da voler assaggiare molti vini diversi, convinti spero, che i vini si dividono in due categorie: i vini buoni e quelli no.

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Di seguito trovi un breve elenco ed il relativo link:

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