Vini Bianchi da invecchiamento

Vini Bianchi da invecchiamento

Trier (Treviri in italiano) è una cittadina rilassante, sospesa tra Germania, Belgio e Francia, seppur in territorio teutonico, risente dell’influsso sia francese che belga. Tra i motivi per i quali Treviri è famosa due vengono spesso citati: è la città natale sia di Sant’Ambrogio, sia di Marx. Proprio davanti alla casa in cui vide i natali l’autore de Il Capitale, in una piccola viuzza lastricata di pietra, con edifici a due piani di colori chiari, si trova una deliziosa enoteca che vanta un’esposizione credo imbattibile di Riesling della Mosella, del Rower e della Saar. Appollaiato sul mio sgabello sorseggiavo il mio ennesimo Riesling troken, fresco e beverino ma troppo giovane per essere davvero buono. Purtroppo è così, in Mosella, come nelle varie località sul Reno tedesco, i grandi Riesling che andrebbero bevuti molto vecchi vengono invece bevuti giovani, d’annata.

Mi sono tolto lo sfizio di chiedere ad un produttore, mentre mi versava un suo Auslese del 1979, come mai non facesse invecchiare i suoi vini, dato che sapeva benissimo che il ’79 che mi stava offrendo era una chicca rara, e pertanto conosceva molto bene quanto i suoi vini migliorassero con il lungo affinamento. La risposta laconica quanto inappellabile fu ben comprensibile anche con il mio stentato inglese: “il pubblico me li chiede subito, io li vendo subito e incasso subito, niente immobilizzo di capitale, niente cantine enormi per stoccare tutte le annate in affinamento. Perché dovrei fare diversamente?”. Dagli torto!
Mi sono detto, va bene, un produttore deve guardare giustamente al portafoglio, è il pubblico che dovrebbe pretendere il giusto affinamento, o quantomeno che dovrebbe comprarli giovani per poi lasciarli riposare quanto serve. E qui torniamo all’enoteca di cui sopra.

Seduto al mio sgabello posso osservare la scena come a teatro dalla prima fila. Due individui leggono le etichette con aria sperduta, sono italiani e comprendo bene i loro ragionamenti. Il primo dice al secondo che tutti i vini bianchi sono della stessa annata, quella precedente all’anno in cui siamo, quindi l’ultima. Il secondo tizio, con delle coreografiche bretelle a strisce verdi bianche e rosse, afferma sicuro che è giusto così, i bianchi si bevono giovani, d’annata, altrimenti non vanno più bene; i rossi si possono anche far invecchiare qualche anno, ma non troppi sia chiaro. Evviva! Cado dallo sgabello.
Io so che questo è solo un siparietto, seppur accaduto realmente, so che la maggior parte della gente conosce l’evoluzione che ogni vino sa regalare. Val la pena comunque ribadire che molti vini bianchi secchi italiani, come quelli stranieri, hanno necessità di un giusto affinamento, molti hanno una acidità iniziale elevatissima e hanno bisogno di almeno qualche anno per stemperarla; possiamo dire che si tratta di vino bianco da invecchiamento.
Ho citato un caso limite come i Riesling germanici, ma effettivamente anche molti vini bianchi secchi italiani risultano più gradevoli dopo qualche anno di affinamento. Mi vengono in mente, senza un preciso ordine di nessuna natura: il Timorasso del tortonese, il Gavi, il Verdicchio di Matelica, il Gewurztraminer, il Sauvignon e tanti altri ancora.

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