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Il vino come medicinale in epoca antica

Il vino come medicinale in epoca antica

In epoca antica una fonte di domanda per il vino veniva dall'uso che se ne faceva in medicina, in particolare da parte dei monaci e dei cavalieri ospedalieri. Fin dalle origini il vino era stato usato a scopi medicinali; ad esempio Ippocrate di Cos (460 circa - 370 a.C), uno dei più eminenti medici dell'antichità, lo prescriveva per curare le ferite, come bevanda nutriente e come antifebbrile, come purgante e come diuretico. Galeno (130 circa - 201 d.C) a sua volta faceva grande uso di vini come medicinali e fu grazie alla diffusione delle sue opere in epoca bizantina che l'uso del vino come medicinale riuscì a sopravvivere al crollo dell'impero romano d'Occidente. La raccomandazione di Galeno di usare il vino per curare le ferite, per rinvigorire i fisici debilitati e come febbrifugo fu ampiamente seguita nell'Europa del medioevo. Ma fu soprattutto il medico Arnaldo di Villanova (circa 1235-1311 d.C.) a stabilire con fermezza l'uso del vino come metodo terapeutico riconosciuto durante il tardo medioevo. Fra l'ampia lista degli usi medicamentosi del vino, Arnaldo da Villanova ne sottolineò le qualità antisettiche e corroboranti, consigliandone l'uso nella preparazione degli impiastri. Per tutto il periodo medievale il vino fu uno dei pochi liquidi capaci, per effetto del suo contenuto alcolico, di sciogliere e nascondere il sapore delle sostanze ritenute curative dai medici dell'epoca. Le “teriache”, così si chiamavano questi preparati farmaceutici a base di erbe e vino, entrarono così in uso per curare qualunque tipo di disturbo o malattia.



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