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Dieci millenni di Vino parte 1

Dieci millenni di Vino parte 1

Giunti nell’anno diciassettesimo del terzo millennio beviamo ancora vino, come lo bevevano i nostri nonni e come lo berranno i nostri nipoti. Se le tendenze cambiano e anche i consumi risentono delle mode e dei costumi che evolvono, è pur sempre vero che il vino ha attraversato secoli di storia senza subire stravolgimenti sostanziali. Il nettare di Bacco è sempre prodotto con uve fresche, pigiate e accudite da sapienti mani che sanno condurre il mosto in vino e non in aceto.
L’assunto non consente appelli, persino la legge ci dice che il vino è una bevanda alcolica prodotta dalla fermentazione totale o parziale di uve fresche.
Avendo a disposizione una macchina del tempo e potendo tornare indietro nei secoli per assaggiare che sapore aveva, ciò che gli uomini in un dato secolo chiamavano vino, scopriremmo cose interessanti.
Se è vero che sono una decina di millenni che il genere umano conosce il vino, è altrettanto vero che i Greci e poi soprattutto i Romani, furono i primi popoli a mettere a regime le produzioni enoiche e a tramandarne il sapere in forma organica e strutturata, oltre che a diffondere la produzione in tutto il bacino del Mediterraneo e di tutte le terre conosciute. Se ci pensate bene, dove “hic sunt leones” (“qui ci sono i leoni”), il vino non c’era, e salvo il Sudafrica, dove però è storia di qualche secolo soltanto, ancora non c’è. Oltre il limes germanico andavano a birra, e ci vanno tutt’ora (Mosella a parte, grazie a Dio).
Quello che i Romani chiamavano vino però, oggi tale non sarebbe, assomiglierebbe di più ad un vermouth, cioè ad un vino cui sono state aggiunte spezie, alcool e aromi, oltre magari a dello zucchero. Le precarie condizioni igieniche e la totale ignoranza dei processi fermentativi, rendeva necessario fortificare e drogare i vini per renderli piacevoli, se non addirittura potabili.
Un gusto decisamente diverso dal nostro, dolciastro e speziato poco aveva a che fare con la freschezza e la pulizia dei nostri prodotti attuali.
Seppur diversi, provenivano dalle stesse zone di produzione che oggi riconosciamo come eccellenti, se infatti il vino del popolo era prodotto nelle immediate vicinanze dell’Urbe, la nobiltà romana beveva vini campani, di Capua, delle zone del Taburno, del Sannio, di quelle che ancor oggi sono alcune tra le produzioni più importanti dell’areale campano.
Il vino che inondava i baccanali era dunque una sorta di vermouth, e tale sarebbe rimasto per secoli. Vedremo infatti nel prossimo articolo come anche nel medioevo la fortificazione e la speziatura dei vini era prassi consolidata.
Ora godiamoci delle buone bottiglie di tre cantine campane, che non hanno nulla a che fare con Roma caput Mundi, ma sono buone: Lunarossa, Villa Raiano e La Guardiense.



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